Smemoratezze emerite

Carlo Azeglio Ciampi rievoca la crisi di governo seguita alle dimissioni di Romano Prodi, con una informazione inedita e un’interpretazione un po’ stravagante. Massimo D’Alema, allora leader dei Ds, il maggiore partito della coalizione, gli chiese di accettare di presiedere il governo, ma dopo qualche giorno e senza spiegazioni, fu lui a ricevere l’incarico da Oscar Luigi Scalfaro.
21 AGO 20
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Carlo Azeglio Ciampi rievoca la crisi di governo seguita alle dimissioni di Romano Prodi, con una informazione inedita e un’interpretazione un po’ stravagante. Massimo D’Alema, allora leader dei Ds, il maggiore partito della coalizione, gli chiese di accettare di presiedere il governo, ma dopo qualche giorno e senza spiegazioni, fu lui a ricevere l’incarico da Oscar Luigi Scalfaro. Ciampi ipotizza che a sbarrargli la strada siano stati complotti orditi dai suoi nemici, in primo luogo dalla mafia. Si vede che è di moda attribuire all’onorata società un’influenza decisiva nelle questioni politiche nazionali.

In realtà l’operazione politica per portare D’Alema a Palazzo Chigi era già in corso da un certo tempo, come il Foglio aveva esplictamante anticipato, ricevendo le solite smentite che furono poi a loro volta smentite dai fatti. Era dal 1992 che il governo era affidato a “tecnici”, con la breve parentesi del primo esecutivo di Silvio Berlusconi. Giuliano Amato, poi lo stesso Ciampi, Lamberto Dini dopo il ribaltone che aveva scavallato Berlusconi, infine Prodi. Quando Fausto Bertinotti rivendicò uno “spostamento a sinistra dell’asse del governo” si capì che i politici volevano tornare a guidare il gioco. La scissione di Rifondazione promossa da Prodi per salvarsi impedì di procedere a una sostituzione di premier nella stessa maggioranza, e a quel punto divenne decisivo l’apporto di Francesco Cossiga, che non nutriva alcuna simpatia per Ciampi, come egli stesso ricorda.

L’offerta di D’Alema a Ciampi tutt’al più serviva ad ostacolare
un reincarico a Prodi, ma era priva di una base parlamentare e quindi puramente strumentale. Quella che c’è stata è una manovra politica, peraltro abbastanza scoperta, non un complotto e tanto meno un’operazione a guida mafiosa. Ciampi forse non lo capì allora e ripensandoci oggi lo capisce ancora meno. Non c’è niente di male a non intendere i bizantinismi della politica, ma questo non giustifica ricostruzioni così fantasiose.